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Il Fiume e il Mito
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Paternò nel mito: la Dea Ibla nella Valle incantata del Simeto

I piccoli villaggi che, nel corso del periodo neolitico, si erano sviluppati, a raggiera, attorno all’attuale assetto topografico di Paternò per convergere, nel 1200 a. C., nel centro indigeno ubicato sulla collina (probabilmente la mitica e favoleggiata Ibla Galeatis) erano tutti protesi verso la Valle del Simeto. L’acqua, come elemento fondamentale per la vita e la fecondità, era venerata, per la sua sacralità, nei suoi vari e molteplici aspetti. Il fiume Simeto o Symaethus heros, (probabilmente da Simalis, divinità femminile e Dea Mater) compagno di Aci e padre della ninfa Aitna, importante punto di riferimento e di viabilità nell’antichità, navigabile per lunghi tratti, fonte di vita per i popoli preistorici, era considerato dai Siculi un Dio. Esso, in una medaglia di rame riportata dal Carrera, viene rappresentato come un vecchio giacente, barbato, con regia corona, col corno di Amaltea, nella destra pieno di frutti e fiori ed un bastone alla sinistra, con un vaso da cui sgorga l’acqua. L’Antologia Palatina (VI, 203) riporta l’episodio della guarigione di una vecchia ad opera delle ninfe del Simeto, che ivi si riunivano per svolgere antichi e arcani riti. Il fiume diventa, così, nei miti, l’essenza della realtà, unica ma mutevole al di là dello spazio e del tempo. Limpida sorgente e gelida cascata, silenzioso scorrere in placidi pianori e impetuoso vortice vicino alla sua foce. Anche l’acqua salmastra e bituminosa delle Salinelle era considerata oggetto di venerazione da parte degli antichi popoli preistorici, che la collegavano alla Madre Terra, Ibla o Mefite: colei che, fra vaporosi gorgoglii, ribolle e fuma, colei che sta nel mezzo, fra cielo e terra, tra vita e morte, invocata per la fertilità dei campi e per la fecondità femminile.
Presso le Salinelle probabilmente, come a Paliké, sorgeva un piccolo santuario in grado di svolgere alcune funzioni cultuali come il giuramento ordalico, l’oracolo e l’asylionDi sicuro il luogo era frequentato da molti indigeni dal momento che, presso il tempio della Dea Ibla, era operante una congregazione di sacerdoti che davano ai pellegrini, che ivi convenivano, un responso dopo averne interpretato i sogni.

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