Storia e Archeologia

Gli Argenti di Paternò
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Gli Argenti di Paternò

Per argenti di Paternò si intende una serie di sette manufatti in argento, rinvenuti nei pressi del castello normanno a Paternò nel 1909, attualmente conservati presso il Pergamonmuseum di Berlino.

… Questi argenti erano stati acquistati negli anni tra il 1911 ed il 1914 sul mercato antiquario a Parigi con la presunta provenienza “da Imera” o “da Catania”. Fu solo nel 1932 che Robert Zahn, direttore del museo di Berlino, prese nota di un articolo di Paolo Orsi apparso nella rivista “Archivio storico per la Sicilia orientale”. In questa sede, Orsi trattò sul recupero di questo tesoro, sul quale aveva già tirato l’attenzione in un contributo apparso sulle “Notizie degli Scavi di Antichità” del 1912. Orsi riferì che nella primavera dell’anno 1909 a Paternò: “… una povera donna, grattando il suolo per ragioni agricole, attorno al torrione normanno che sta sul colle, ed in mezzo a ruderi di piccola fabbrica, s’imbatté in un gruppo di vasellami d’argento molto guasti, che dei truffatori le tolsero per poco denaro, mentre gli antiquari catanesi, nelle cui mani passarono, li rivendettero ad altissimi prezzi sui mercati di Parigi e forse di Monaco. La porzione minore fu venduta dall’antiquario Silvio Sboto; il lotto di gran lunga maggiore da Antonio Capitano, antiquario analfabeta ma di una abilità e fortuna straordinarie, la cui recente morte è stata una vera liberazione per l’archeologia del Mezzogiorno. Un processo, istruito colle solite lentezze, a nulla approdò. Inchieste, processi e condanne arrivarono troppo tardi, quando ogni cosa era ormai irremissibilmente perduta.

La lista pubblicata da Paolo Orsi non concorda completamente con i sette oggetti acquistati dal museo di Berlino, e probabilmente il tesoro originalmente consistette di almeno due ulteriori pezzi…

Tre Coppe Ansate

Le tre coppe ansate sono decorate all’interno con un sistema di palmette e calici incisi intorno all’omphalos. La più grande reca sul fondo l’inscrizione greca PAPELOU KASINIOY. Questa coppa ha un gemello nel British Museum, con la presunta provenienza da “Boscoreale”. Fu acquistata nel 1897 – cioè dodici anni prima del rinvenimento dell’argento di Paternò. Il paio di coppe più piccole è decorato con una lavorazione ad incisioni simile a quella della coppa grande, ma molto più elaborata di questa.

Brocchetta Scalanata

La brocchetta scanalata è dalla parete assai pesante. La sua forma deriva dal tipo cosiddetto “Phidias” – un tipo denominato da un oggetto trovato nell’officina del famoso scultore greco ad Olimpia –, la cui produzione iniziò verso il 460 a.C. Sul fondo sono incisi a puntini i nomi PAPELOU KASINIOY e LOLLO- TIKIO. Questa brocchetta ha un confronto in argento scavato a Boshava Mogila presso Duvanli in Bulgaria in una tomba databile verso il 400 a.C. Ritengo che l’esemplare proveniente da Paternò e quello di Boshava Mogila siano da datare nello stesso arco cronologico e che provengano forse anche dallo stesso contesto culturale, cioè regionale.

Písside a forma di rocchetto

La písside a forma di rocchetto reca l’inscrizione in puntini PAPELOU KASINIOY sul lato e LOLLO sul fondo. Il coperchio probabilmente era decorato con un emblema a rilievo figurato come lo troviamo in un esemplare a Basilea con Achille e Pentesilea. Questa pisside di Basilea conteneva un piccolo tesoro di monete siciliane datanti verso la fine del terzo secolo a.C.- Mancano ad entrambe le pisside i tre piedi – comparabili a quelle della pisside di Morgantina, oggi a New York. – Il manico scanalato della pisside di Paternò non è pertinente, in quanto si tratta del manico di una patera di età romana. Probabilmente fu applicato a Parigi nel 1909.

Iscrizioni

Sei dei sette vasi in argento scoperti a Paternò recano inscrizioni puntate in lettere greche di diversa altezza. PAPELOU KASINIOY e TIKIOY forse sono nomi di origine osca. Il popolo degli Oschi viveva nei dintorni di Taranto. Le lettere somigliano a quelle della teca di Canosa del tardo terzo secolo a.C. LOLLO, invece, potrebbe indicare una pertinenza alla famosa famiglia dei Lolli, un esponente assai noto dei quali in contesto siciliano fu Quintus Lollius, un equestris e proprietario fondiario nella regione dell’Aetna. Durante il governo di Verre (dal 73 a 70 a.C.) della provincia di Sicilia esso soffrì gravemente la durezza e l’arbitrarietà romana. I vari nomi presenti sui vasi potrebbero dunque indicare tre proprietari diversi dell’argento ed inoltre uno scambio del possesso dai dintorni di Taranto ai fertili pendii dell’Etna durante il terzo secolo a.C.

Storia

Paternò, paese ubicato sul versante sud-occidentale dell’Etna, presumibilmente indica il luogo dell’antica città Hybla Geleatis, assediata invano dagli Atenesi nel 415 a.C. durante la seconda spedizione siciliana e distrutta nel 414 a.C. Nel medioevo il sito fu rifondato dal Normanno Ruggero I. con un castrum sul colle sopra la città nominata più tardi ‘Paternò’…

Sembra che l’argento di Paternò sia stato prodotto a Taranto o dintorni entro circa il 400 ed il 300 a.C. – forse ad eccezione della brocca scanalata che potrebbe essere un importo dall’Epiro, regione della Grecia nord-occidentale, o dalla Tracia, nell’odierna Bulgaria. Tutte le altre forme e le decorazioni del nostro argento trovano confronti nell’arte tarantina e delle zone circostanti di questo periodo, sia nella ceramica, nel bronzo o nell’ argento. Durante il regno dello stratega Archytas nella prima metà del quarto secolo a.C., Taranto assunse il ruolo di un centro politico ed economico importante, uno dei più grandi nell’intera Magna Grecia.

Anche in confronto ai ricchi corredi tombali scoperti a Taranto ed in Puglia, il tesoro d’argento di Paternò occupa una posizione privilegiata: si tratta del più antico arredo di mensa di lusso proveniente dall’Italia meridionale. Comparabile per tecnica e pretesa sono solo gli oggetti trovati nelle necropoli della Tracia (Duvanli), databili dal quinto al quarto secolo, e della Macedonia (Derveni, Vergina), della seconda metà del IV secolo a.C.

Písside a forma di conchiglia

Uno degli oggetti più belli è senz’altro la písside a forma di conchiglia (Pecten Iacobaeus). Le misure e la decorazione della conchiglia con diciotto costole nel coperchio e diciannove nel fondo imitano esattamente la natura. Sul coperchio è rappresentato un polpo (Sepia officinalis) con otto tentacoli. Due perforazioni riconoscibili sotto il nodo dei due tentacoli frontali sono tracce di un manico che serviva per aprire la pisside. Una cerniera con teste di due serpenti congiunge le due parti della conchiglia. Sulla parte inferiore della cerniera sono applicate inscrizioni in puntini con lettere greche “LOLLO” e “TIKIO”.

Píssidi in forma di conchiglia – sia conchiglie vere che imitazioni in terracotta – erano state trovate con tracce di trucco in sepolture femminili. L’unico confronto in argento è la famosa teca della Tomba degli Ori a Canosa: Il coperchio di questa pisside è decorato all’esterno con una Neréide rappresentata frontalmente e cavalcando un ketos – un mostro marino –, e all’interno con un’altra Neréide, rappresentata dal dorso e cavalcando un drago marino. Con i suoi occhi in granato, la sua perfetta lavorazione nella tecnica della cesellatura ed infine con la sua doratura, la teca di Canosa dimostra una perfezione tecnica molto più elaborata di quella più naturale e semplice di Paternò. L’inscrizione greca presente sulla cerniera reca il nome della persona alla quale appartenne l’oggetto: si tratta di una donna, una tale OPAKA SABELEIDA.

Gli Argenti di Morgantina

In Sicilia invece – il più antico complesso d’argento finora non solo trovato ma anche prodotto qui, verosimile a Siracusa, è quello di Morgantina con 15 oggetti, oggi al Metropolitan Museum di New York. Questo tesoro – databile nella metà del III secolo – molto probabilmente fu nascosto durante la seconda guerra contro Anníbale nel 212 a.C. È possibile che questo evento dalle conseguenze così gravi per tutta la Sicilia abbia indotto anche l’ultimo proprietario dell’argento di Paternò a nascondere il suo tesoro.

Paolo Orsi, dal cui articolo ho citato all’inizio, conclude con la frase: “Sembrerà che notizie così vaghe e frammentarie non meritino l’onore della pubblicazione; ma io invece sono di avviso che della disgraziata scoperta convenga tenere un ricordo ufficiale, perché se un giorno il fortunato scopritore delibererà una pubblicazione, riesca più agevole il controllo, e sia documentato il preciso luogo di origine dei pezzi.”

Grazie alle queste “vaghe notizie” di Paolo Orsi, il tesoro d’argento di Paternò poté essere identificato, ricondotto al suo contesto originale e pubblicato adeguatamente quasi cento anni dopo il suo rinvenimento fortuito…

Gertrud Platz-Horster