Storia e Archeologia

Paternò Archeologica
Home / Paternò Archeologica
Paternò

La città di età greca è comunemente identificata con Hybla Geleatis (o Gereatis) centro siculo citato in varie occasioni da numerose fonti antiche. Ancora in età romana ricaviamo dalle testimonianze di Pausania (V23, 6, 7) che ad Hybla Gereantis era il venerato santuario della dea Hybla, divinità locale identificata con Venere e a cui in età romana imperiale è dedicato il carme Pervirgilium Veneris.
Imponenti strutture architettoniche di età greca e romana identificate e descritte da viaggiatori del XVIII sec. come le terme romane di Bella Cortina, riprodotte da Jean Houel, non sono purtroppo più rintracciabili a causa delle profonde trasformazioni avvenute nel corso degli anni. Nelle campagne di Paternò sono però ancora ben conservati tratti dell’acquedotto romano che da Santa Maria di Licodia arriva fino a Catania.
In età araba il centro assume l’attuale nome di Paternò e in età normanna la Collina storica accoglie gli insigni monumenti che si possono ancora oggi ammirare: il Castello, la Chiesa e il convento di San Francesco. Nel Trecento e Quattrocento Paternò fu assegnata alla Camera reginale e nel 1405 la Regina Bianca di Navarra emanò dal Castello di Paternò le “Consuetudini” attraverso le quali venivano regolamentati i rapporti giuridici. Nel corso dei secoli successivi e in particolare dopo il terremoto del 1693, la città si sviluppò sempre di più nell’area a sud della Collina storica.

 

Collina di San Marco

La collina di San Marco è ubicata nella immediata periferia occidentale di Paternò nei pressi della Rocca dominata dal Castello normanno a due chilometri dalle sponde del Simeto.
Nota da tempo per il rinvenimento occasionale di splendidi vasi dello stile di Serra d’Alto e Diana, esposti al museo Paolo Orsi di Siracusa, la collina di San Marco, a partire dal 1994, è stata oggetto di campagne di scavo con le quali è stato possibile mettere parzialmente in luce un insediamento di età preistorica databile tra il neolitico antico e l’antica età del bronzo ed una tomba del bronzo tardo.
Le capanne del neolitico tardo hanno restituito numerosi vasi dello stile di Diana, strumenti litici in quarzite, selce ed ossidiana e ossa di animali. Gli strumenti litici presentano tracce di lavorazione che che testimoniano la coltivazione di cereali, mentre i resti faunistici permettono di conoscere le specie allevate che erano soprattutto ovini e suini, in minore quantità, bovini.
All’età del bronzo antico risale un grandioso muro in pietra lavica che probabilmente delimitava una capanna di cui si sono conservati solo pochi lembi del pavimento sul quale sono state rinvenute ceramiche dello stile di Castelluccio, strumenti litici ed ossa. Accanto a questo muro si trova una tomba realizzata con grossi blocchi lavici ad imitazione delle tombe a grotticcella artificiale scavate nella roccia, difficili da realizzare nella dura roccia lavica della zona. La tomba, a pianta ovoidale con ingresso a sud preceduto da un accenno di corridoio, conteneva almeno sei inumati, non in connessione anatomica, ed un corredo composto da quattro vasi dello stile di Pantalica Nord.
Per la relativa vicinanza al Simeto e la presenza di numerose sorgenti, la collina di San Marco certamente offriva condizioni favorevoli allo stanziamento che, a giudicare dal materiale ceramico rinvenuto anche sparso in superficie, fu probabilmente ininterrotto dal neolitico alla piena età storica.

Come si raggiunge
L’area archeologica si trova nei pressi dello stadio di Paternò

 

 

Insediamenti indigeni di monte Castellaccio

Monte Castellaccio costituisce l’estremità settentrionale di una serie di colline poste sul lato destro del fiume Simeto. Le indagini effettuate dalla Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Catania a partire dal 1994 hanno permesso di accertare che sul fianco meridionale del monte si conserva una successione di insediamenti preistorici, protostorici e di età greca arcaica distribuiti sulle varie terrazze che demarcano il pendio.
In età romana alla base dell’altura viene costruito un ponte, di cui si conservano imponenti resti, importante documento per la conoscenza della viabilità antica, che ora si aggiunge agli altri tre già noti costruiti in età imperiale per l’attraversamento del Simeto.
I resti archeologici di monte Castellaccio sono di eccezionale interesse in quanto testimoniano in maniera esemplare le trasformazioni dei centri indigeni allorché essi vennero a contatto con i coloni greci in un arco cronologico compreso tra la fine dell’VIII e la prima metà del VI secolo a.C.
L’abitato di monte Castellaccio viene abbandonato attorno al V sec. A.C. forse a seguito dei conflitti sorti tra le città greche e tra i greci e gli indigeni, peraltro ben riferiti dalle fonti antiche (Tucidide). Finora nessuna forma di insediamento è riferibile all’età ellenistica; nel periodo in cui i romani costruirono il ponte la contrada doveva apparire deserta, come ai nostri giorni.

Come si raggiunge
Si arriva al sito per la strada di fondo valle che conduce al ponte moderno di Pietralunga da dove si imbocca un sentiero che sale verso il fianco orientale di monte Castellaccio. Camminando lungo il fiume si può vedere il ponte romano.

 

Ponte romano di Pietralunga

In contrada Pietralunga, nel territorio comunale di Paternò, alle pendici settentrionali di Monte Castellaccio, presso una ampia ansa del Simeto, sopravvivono i resti di un ponte di età romana, messi totalmente in vista negli ultimi anni dalla Sezione Archeologica della Soprintendenza di Catania.
Della sua esistenza si era persa ogni traccia e, sebbene citato dal Principe di Biscari nel suo Viaggio per tutte le antichità di Sicilia, anche nelle più recenti pubblicazioni sulla Sicilia romana lo si è confuso con i resti di un altro ponte, che attraversava il fiume più a ovest, oggi in territorio comunale di Centuripe.
Del ponte di Pietralunga sopravvivono buona parte dell’arcata di testata con poderosi speroni frangiflutti, di solito posti a difesa delle pilae ma in questo caso costruiti sui muri d’ala e le spalle di sostegno alla carreggiata che dal ponte scende verso una strada il cui intero tracciato non è ancora del tutto chiaro.
Il paramento murario è in opus quadratum realizzato con blocchi in calcare bugnati confrontabile con molte costruzioni realizzate tra il I ed il II secolo d.C.
Sulla riva opposta del fiume, in contrada Coscia del Ponte è stata individuata l’altra arcata di testata in gran parte inglobata in un terrazzamento artificiale moderno.
Al centro del fiume, nel periodo di magra, viene in luce il pilone centrale, abbattuto su un fianco, probabilmente crollato sotto la spinta impetuosa dell’acqua che in questo tratto ancora oggi forma vorticosi gorghi.

Come si raggiunge
Si arriva al sito per la strada di fondo valle che conduce al ponte moderno di Pietralunga da dove si imbocca un sentiero che sale verso il fianco orientale di monte Castellaccio. Camminando lungo il fiume si può vedere il ponte romano.

 

 

Acquedotto Romano

Il territorio di Paternò nel periodo romano era attraversato da un lungo acquedotto che iniziava il suo corso a 400 m. sul livello del mare a sud dell’attuale Santa Maria di Licodia, in una località che in seguito fu chiamata Botte dell’acqua e il disegno di Houel, il viaggiatore francese che lasciò le sue memorie nel Voyage pittoresque, ce ne può dare oggi un’idea. L’acquedotto, lungo 23 km. E con una portata di 30.000 m.c. di acqua giornaliera, può essere considerato una delle opere più importanti costruite dai Romani in tutta la Sicilia. L’opera è stata datata in età augustea (I secolo d.C.) quando Catania diventa colonia romana. Lunghi tratti di questo acquedotto si sono conservati fino a noi perché riutilizzati come canali di irrigazione. Esso era stato costruito per rifornire la città di Catania che, secondo alcuni studiosi, era grande una volta e mezzo Pompei ed era abitata da una popolazione di 60.000 abitanti.

Mimmo Chisari
Presidente  SiciliAntica Paternò 

a cura della Soprintendenza BB.CC.AA  di Catania – Sezione per i beni archeologici