Storia e Archeologia

Una Storia millenaria e multiforme
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Paternò vanta una storia ricca e complessa

Paternò vanta una storia ricca e complessa. Nell’antichità, di essa e del suo territorio, scrissero autori come Diodoro Siculo, Tucidide, Pausania e Cicerone; nel medioevo Edrisi e Malaterra, in epoca moderna Fazello, Cluverio, Pirri, Colonna, Houel, Vivant Denon, Savasta e altri. Alcune epoche sono ben documentate, di altre si sa ancora poco. Questo territorio fu abitato fin dalla preistoria, infatti la presenza del fiume Simeto e la fertilità del suolo favorirono gli insediamento umani. Monte Castellaccio, Poggio Cocola-Poira, Poggio Rosso, Tre Fontane, Civita e la stessa Collina di Paternò, costituiscono i siti archeologici più importanti e testimoniano, grazie ai numerosi reperti rinvenuti, la presenza di civiltà del Neolitico, dell’Età del Bronzo e del periodo greco-arcaico. I primi abitatori della Collina appartennero alla cultura di Thapsos (primo millenio a.C.), quando dai territori della Sicilia orientale i Siculi spinsero i Sicani verso occidente. Secondo gli storici Paternò nell’antichità ebbe diversi nomi: Inessa, Etna, Hybla Mayor o Gereatis, anche se non è ancora chiaro a quali insediamenti specifici del territorio attribuire i giusti toponimi. Durante l’epoca greco-romana la città accrebbe la sua importanza per la ricchezza agricola (particolarmente per la produzione di frumento). Inoltre, alcuni autori classici, tra cui Virgilio, scrissero della bontà del miele di Hybla. Del periodo romano sono ancora visibili i resti di un ponte sul fiume Simeto (monte Castellaccio), di un acquedotto, e di una cisterna sulla Collina. Nel VI secolo, sotto i Bizantini, l’abitato subì un forte declino economico che ne causò lo spopolamento, tanto che ci è pervenuta una scarsa documentazione storica. Nel X secolo, occupata dagli Arabi, la città fu invece un ricco casale del Val Demone, ed ebbe il nome di Batarnù. Sul significato del toponimo ‘Paternò’ gli studiosi non sono concordi, tra le varie ipotesi la più convincente sembra essere quella che derivi dalla trasformazione del greco Pétra Aitnaion, ovvero rocca degli Etnei.

Con l’arrivo dei Normanni

Con l’arrivo dei Normanni, nel 1072, la città ebbe nuovi impulsi. Dopo la ricostruzione del Castellofortezza (fra i primi tra quelli edificati dagli “uomini del nord” in Sicilia) la città con il suo territorio ebbe il titolo di Contea da Ruggero d’Altavilla, che la assegnò in dote alla moglie Adelasia Del Vasto. Da questo momento Paternio ebbe un notevole sviluppo urbano ed economico, divenendo luogo privilegiato per la fondazione di monasteri e conventi. In epoca sveva fu Signoria dei Lancia e sotto gli Aragonesi, tra il 1302 e il 1431, fece parte della Camera Reginale, era cioè dote personale delle regine di Sicilia. A quest’epoca risale la permanenza di Bianca di Navarra che, nel 1405, emanò dal Castello le celebri Consuetudines; qui soggiornò più volte Federico II di Svevia, e nel 1337 vi morì Federico III d’Aragona.

Nel 1431

Nel 1431 la città perse la propria autonomia poiché Alfonso I d’Aragona, re di Sicilia, la vendette per 25 mila fiorini alla famiglia Speciale. Nel 1456, per soli 24 mila fiorini, la acquistarono i potenti principi Moncada, famiglia che, per quasi quattro secoli, ne terrà la Signoria. Fu il periodo del feudalesimo paternese, una sottomissione dalla quale gli abitanti cercarono a lungo, ma invano, di liberarsi. Nel 1576 Paternò fu colpita da un’epidemia di peste dalla quale, secondo la fede popolare, fu liberata per intercessione di Santa Barbara, divenuta quindi patrona della città. Nel 1693 fu danneggiata dal tremendo terremoto che distrusse l’intero Val di Noto e parte del Val Demone. Dopodiché la Collina si spopolò, e la nuova Paternò si espanse nella zona sottostante. Tra il Sette e l’Ottocento si ebbe un notevole sviluppo urbanistico e demografico, un processo che non si è mai arrestato.

Durante i Moti risorgimentali

Durante i Moti risorgimentali italiani, i paternesi accolsero favorevolmente le nuove idee dello Stato unitario e nel 1862 lo stesso Garibaldi passò per Paternò e vi si fermò. Tra l’Otto e il Novecento l’agricoltura, grazie all’agrumicoltura, passò da estensiva a intensiva; la grande produzione di agrumi caratterizza ancora l’economia del territorio, tanto che Paternò è definita “patria delle arance”. Dopo i durissimi bombardamenti aerei del luglio 1943 – molte furono le vittime, tanto che la città ricevette la Medaglia d’oro al valore civile -, nella seconda metà del Novecento si ebbe un ulteriore sviluppo urbanistico e demografico; nuovi quartieri (si pensi alla “Città giardino” dell’Ardizzone) e una popolazione in aumento ne fecero una moderna e dinamica cittadina, un “capoluogo” per il territorio circostante. Il 9 febbraio del 1983, con Decreto del Presidente della Repubblica, Paternò è stata insignita del titolo di città.